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A MOST WANTED MAN, il canto del cigno di Philip Seymour Hoffman

LA SPIA – A MOST WANTED MAN – RECENSIONE

È davvero difficile parlare con lucidità dell’ultima interpretazione di Philip Seymour Hoffman: se, fino a pochi mesi fa, l’americano era “soltanto” un professionista stupefacente, capace di innalzare la qualità di un film con la semplice presenza, a partire dall’ultimo 2 febbraio si è trasformato in una vera e propria leggenda della recitazione, che sarà giustissimo ricordare e onorare per il maggior tempo possibile.

Se si dovesse considerare “A most wanted man” esclusivamente come canto del cigno di Hoffman non si potrebbe non parlare di capolavoro, visto che la sua performance è sublime: l’attore Premio Oscar reprime dentro di sé le tensioni del film, le trattiene ad arte lasciandole percepire con gesti infinitesimali e poi le fa esplodere in un finale destinato ad entrare nella Storia del Cinema degli anni ’00.

Però “La spia” (traduzione, piuttosto infelice, del titolo per il mercato italiano) è anche un film di Anton Corbijn, oltre che un adattamento da John le Carré; due dati di partenza che ci indirizzano verso considerazioni differenti.

Parlando di trama e sceneggiatura, l’impressione è che “A most wanted man” non sia un’opera pienamente riuscita. Paga un cambio di rotta fin troppo radicale (gli ultimi 5 minuti di girato rischiano di sconvolgere radicalmente intenzioni e percezione di tutto il film) e, soprattutto, il paragone con la “La talpa”, ultimo romanzo di le Carré ad essere stato trasposto: l’impressione è di trovarsi all’interno di un giallo meno appassionante e, soprattutto, al cospetto di personaggi meno approfonditi.

Al contrario il lavoro di Anton Corbijn è di quelli degni di nota, specie se consideriamo la portata del compito a cui veniva chiamato. Il regista/fotografo olandese dona coerenza a questo strano caso di thriller senza pistole, mettendo in scena la “banalità” del lavoro della spia e riuscendo comunque a tenere incollato il pubblico allo schermo; carica di tensione momenti che il Cinema era solito considerare “tempi morti” (ci troviamo a sussultare davanti a firme di documenti ed esposizioni di resoconti) e riempie i vuoti lasciando che le immagini parlino più dei dialoghi.

Col passare dei minuti assistiamo a diverse, interessantissime, rappresentazioni visive del sospetto (forse lo stato d’animo che più caratterizza la figura dell’agente segreto), immaginato da Corbijn come un’entita fisica che impedisca un contatto reale tra i personaggi: l’avvocato Annabel spinge il rifugiato Issa verso il baratro coperta da una tenda di plastica, mentre Ghunter scopre la reale natura del suo rapporto con la CIA attraverso il vetro di un finestrino.

Il discorso sul “filtro” continua se consideriamo che in “A most wanted man” il cerchio è chiuso dall’inizio: i personaggi sono incapaci di vedere una realtà che hanno di fronte agli occhi, lo stesso atto di investigazione sembra venire raccontato più come operazione necessaria per il rafforzamento di una posizione di potere che come sforzo necessario per ottenere qualcosa di tangibile.

Stiamo assistendo alla messa in scena di uno spionaggio intrappolato in se stesso, perfettamente esemplificata dalla magnifica sequenza nel caveau di una banca: pochi minuti di grande Cinema e di grandissima tensione, al termine dei quali non otteniamo altro che la conferma di un’informazione già nota.

A conti fatti viene quasi il dubbio che Corbijn sia riuscito nel miracolo di fondere Cinema e realtà con un film capace di mettere lo spettatore nella stessa condizione di insicurezza costante patita dai personaggi; che “La spia” sia un’opera volutamente insoddisfacente e che considerandola non del tutto riuscita non si faccia altro che celebrare il suo regista.

Personaggio venefico: ovviamente Ghunter Bachmann.

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