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ADIEU AU LANGAGE, Godard dice addio al linguaggio

ADIEU AU LANGAGE – RECENSIONE

“Chi manca d’immaginazione si rifugia nella realtà” questo l’incipit ma anche la chiave di lettura di questo film-manifesto del cineasta francese Jean Luc Godard, che con esso, ci chiede di allontanarci dai linguaggi visivi a cui siamo abituati, per vivere una nuova esperienza con la settima arte. Il cinema dunque, non più uno strumento narrativo lineare, ma una macchina che serve per catturare ciò che i nostri occhi non sono in grado di vedere.

Regia: Jean-Luc Godard
Cast: Kamel Abdeli, Héloise Godet, Zoé Bruneau, Richard Chevallier, Jessica Erickson.
Durata: 70 min
Paese: CH
Uscita sale: giovedì 20 novembre 2014

Per raccontarcelo: una coppia in crisi e il loro cane, metafora di amore assoluto, e, nel mezzo, immagini di repertorio, citazioni letterarie, bianco e nero e poi colore, e immagini violente, e immagini d’amore, e fiori e sangue, e poi acqua, ancora fiori e ancora sangue e ancora acqua.

Due capitoli che lui chiama Metafora e Natura che si ripetono e si sovrappongono senza mai mescolarsi. Disperazione e morte ma anche vita, perché filosofia è vita, come il pianto di un bambino o la corteccia di un cane.

Un’esperienza visiva poetica e dissacrante, come tutto il cinema di Godard del resto, legato al passato dalla poesia ma aperto a nuove sperimentazioni, come con l’uso del 3D. Così la lingua di Adieu au Langage contiene una grande innovazione che permette allo spettatore in alcuni momenti del film, di scegliere tra due immagini a seconda dell’occhio, immagini che iniziano come una, per andare poi per la propria strada, e ricongiungersi alla fine. Un montaggio frammentario e discontinuo, uno stile irregolare e nervoso che avevamo già imparato a conoscere con il Godard di Fino all’ultimo respiro ( 1960), ma che qui raggiunge la sua forma più solenne.

Una narrazione punteggiata da stridenti salti e angoscianti melodie, ma che ci conduce a una dimensione altra con cui siamo costretti a fare i conti. Non più spettatori passivi dunque, ma riflessivi e curiosi.

Godard con questo film ci ricorda che il cinema non è statico o necessariamente inquadrato, ma è un linguaggio in continua evoluzione in cui le intenzioni e il messaggio non devono essere necessariamente rese note ma risiedono dentro di noi.

Non è cinema popolare ma Adieu au Langage è un film necessario. È cinema nel cinema, quindi imprescindibile.

Personaggio venefico: il montaggio, protagonista assoluto

Pubblicato da

Laura Rubino

Riccia ragazza pugliese, ormai naturalizzata romana, con una smisurata passione per il cinema. Il colpo di fulmine per la settima arte è arrivato nel 1997, a quel tempo avevo 11 anni. Il comune della mia città indisse un'iniziativa scolastica che prometteva l'ingresso gratuito al cinema per tutti i bambini che avessero portato 50 bottiglie di plastica vuote. Io ne consegnai 122... il film era La vita è bella

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