Bradley Cooper

AMERICAN SNIPER, ideologica ossessione made in USA

AMERICAN SNIPER – RECENSIONE

Chris Kyle appoggia la sua pistola su un armadietto, saluta la famiglia ed esce di casa per l’ultima volta. È necessario stare molto attenti per accorgersene, ma il momento appena descritto è l’apogeo del messaggio ideologico srotolato da Clint Eastwood lungo tutta la pellicola.

REGIA: Clint Eastwood
CAST: Bradley Cooper, Sienna Miller, Kyle Gallery, Max Charles, Luke Grimes, Sam Jaeger
FOTOGRAFIA: Tom Stern
NAZIONALITÀ: USA
ANNO: 2014
DURATA: 132 min
USCITA: 1 gennaio 2015

Il mondo di Kyle/Eastwood è un ossessione triangolare ai cui lati albergano pecore, lupi e cani da pastore. L’infanzia del ragazzo è un fucile che abbatte un cervo, due cazzotti per difendere il fratello e una solenne investitura patriarcale infilata tra bibbia e pietanze. Kyle cresce domando tori texani ma la televisione irrompe nella sua casa portando con sé il crollo delle torri… il suo destino è farsi cane, sono arrivati i lupi.

Basterebbe questo stralcio narrativo per catalogare American Sniper tra i prodotti che rifiutano la complessità ma vivono esclusivamente per la retorica (auto) celebrazione dell’America e dei suoi eroi home made ma al regista di Mystic River e Gran Torino si può e si deve concedere il beneficio del dubbio. Invece il film prosegue sulla lunghezza d’onda intrapresa inizialmente e gli altri piani narrativi sui quali è strutturato confermano e rafforzano l’impressione iniziale.

Il melodramma famigliare legato al ritorno/non ritorno del soldato si appiattisce su modelli risaputi, imbottito com’è da dialoghi che uno spettatore con alle spalle un bagaglio di 4/5 film sul tema è in grado di prevedere parola per parola. Niente di nuovo nemmeno per quanto concerne il disagio psicologico del reduce, cinematograficamente parlando Eastwood non tenta nessuno sforzo per cercare di divincolarsi dal prodotto hollywoodiano medio, rappresentando i flashback cognitivi con il tipico montaggio che alterna presente e passato (casa/guerra) accompagnati da fastidiose scariche sonore e rumori dal conflitto.

Sul piano del racconto che descrive le quattro missioni del cecchino è necessario fare un distinguo, perché se tecnicamente parlando sono girate con realismo cinematografico estremo e sapiente regia, la rappresentazione del nemico è quantomeno sconcertante: gli arabi sono il male assoluto, fastidiosi esseri ululanti che commettono ogni tipo di atrocità (tra cinquant’anni forse la filmografia americana darà di loro una descrizione diversa, esattamente com’è stato fatto per i pellerossa).

Ma è tra le pieghe di American Sniper che si evidenziano i passaggi chiave della dottrina Eastwoodiana. Lo sguardo del regista americano finge, talvolta, apparente sobrietà ma il segnale è chiaro: il destino dei deboli e dei dubbiosi non può essere che la morte. Sia in casa, sia fuori. Perché siamo costantemente in guerra e se non porti una pistola nella fondina che americano sei?

E allora benedetto ragazzo, perché hai abbandonato quella stramaledetta arma prima di uscire?

Ragguardevole la prova di un fisicamente trasformato Bradley Cooper nei panni del monotematico e alienato Chris Kyle.

Personaggio venefico: l’alterego iracheno di Chris Kyle, perché almeno non parla. Fa parlare il suo fucile di precisione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *