Waltz-Adams

BIG EYES, di grande solo gli occhi?

BIG EYES – RECENSIONE

Tim Burton è indiscutibilmente uno dei registi più originali e al contempo caratterizzati, e caratterizzanti, del suo tempo, ma arrivato al 18esimo lungometraggio (vogliamo continuare a credere che il piccolo emozionante capolavoro di nome Nightmare before Christmas sia interamente suo) rischia di trovarsi in una situazione molto scomoda, quella che tennisticamente parlando chiameremmo ‘terra di nessuno’.

REGIA: Tim Burton
CAST: Amy Adams, Christoph Waltz, Danny Huston, Krysten Ritter, Jason Schwartzman, Terence Stamp, Jon Polito
FOTOGRAFIA: Bruno Delbonnel
NAZIONALITÀ: USA
ANNO: 2014
DURATA: 104 min
USCITA: 1 gennaio 2015

Cercate di essere intellettualmente onesti e rispondete a questa domanda: quante volte vi è capitato di arrivare saturi al sesto/settimo album – il numero limite decidetelo voi – del vostro gruppo/cantante preferito e di aver avuto i seguenti pensieri? «cazzo, non puoi fare sempre la stessa cosa!» oppure «perché sta roba? Non ti riconosco più!». Ecco, Big Eyes si colloca esattamente al centro di queste due affermazioni, ingabbiato da esse, quasi fosse un prigioniero indeciso tra la gabbia dorata del passato e l’incertezza del futuro. Il risultato di questo conflitto è un film mutilato che non emoziona e non diverte.

La grandezza del cinema Burtoniano è sempre stata la capacità visionaria delle immagini e lo sguardo empatico che ribaltava la visione conservatrice dell’emarginazione. Reietto era Ed Wood (etichettato, non senza ragioni, come il peggior regista della storia del Cinema), reietto era Edward, reietto era Sweene Todd, reietti erano infine Joker e il Pinguino, questi ultimi assoluti protagonisti delle due pellicole del regista di Burbank sull’uomo pipistrello. Reietto era Tim Burton: il suo cinema era la rappresentazione artistica della sua rivincita, la rivincita dei Freak.

È la seconda volta che il regista spettinato si trova a dirigere una pellicola su un personaggio realmente esistito, ma se lo scorcio della vita di Ed Wood era l’ennesimo pretesto per la messa in scena del fantastico mondo burtoniano, questo biopic sulle vicende di Walter e Margaret Keane avrebbe dovuto essere qualcosa d’altro. Le intenzioni ci sono, perché Big Eyes pone l’accento su un mucchio di cose: la condizione subalterna della donna nell’America del dopoguerra, la becera commercializzazione dell’arte, il ruolo della critica ‘culturale’ e l’importanza della verità, ma il tutto è trattato senza troppa convinzione, quasi fosse uno sforzo dovuto verso l’amica pittrice.

La figura di Walter Keane è affidata a un Christopher Waltz continuamente sopra le righe che si diverte a gigioneggiare quasi fosse Jack Nicholson. È lui il ‘mostro’, il menzognero, lo squalo affamato, la faccia distorta del capitalismo che fagocita tutto senza distinzioni di sorta. La costruzione del personaggio però è troppo diretta ed esageratamente sfacciata, e finisce per comprimere lo spazio destinato a riflessioni più profonde. Pare che tutto sia già deciso in partenza. Decisamente meglio la bravissima Amy Adams nei panni della ‘vittima’ spaesata – costantemente in balia della sua ‘scelta’ iniziale – che avrà bisogno degli occhi grandi della figlia e di un intervento pseudo religioso per trovare il coraggio di agire. È questo, infatti, l’elemento di Big Eyes che funziona maggiormente, il messaggio rivolto a chi, per condizione o tendenza, accetta compromessi al ribasso finendo per non rispettare se stesso, e inevitabilmente, tutto ciò che ne deriva, componente artistica compresa.

La caratterizzazione dei personaggi di contorno – dal critico, al giornalista di gossip finendo col proprietario del locale nel quale troveranno fortuna i quadri dagli enormi occhi -, altro grande punto di forza della produzione del regista di Beetlejuice, è come per la figura di Walter eccessivamente caricaturale e costringe il film ad essere, come dicevamo inizialmente, un ibrido poco incisivo a metà tra il fiabesco (gli uomini di Big Eyes sono orchi fatti e finiti e non c’è l’ombra di un solo personaggio maschile postivo) e la denuncia socio-culturale.

L’impressione finale è che in questo script manchi la materia adeguata per esaltare a pieno la splendida ‘retorica’ Burtoniana e che questo lavoro di ‘grande’ abbia solamente gli occhi… o forse siamo noi ad averlo guardato con occhi troppo piccoli, perché Burton, ripensandoci bene, lancia un’altro messaggio, è rivolto alle donne e recita così: “abbiate il coraggio di prendervi ciò che è vostro, i vostri occhi sono più grandi”.

Resta tuttavia impietoso l’inevitabile confronto, ahinoi solo nominale, con l’altro big film del cineasta americano, quel Big Fish nel quale, attraverso il potere affabulatore della parola la bugia si faceva lirica, e diventava così il mezzo per il superamento della realtà.

Tentennanti e forti dei nostri dubbi sentiamo comunque il bisogno di dare un senso al nostro quesito inziale rispondendo così: «Caro Tim, ricomincia a fare ciò che ti riesce meglio, per tornare finalmente ad essere ciò che sei sempre stato… un grosso pesce».

Personaggio venefico: gli occhi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *