Diplomacy una notte per salvare parigi

DIPLOMACY, appassionante corpo a corpo psicologico

DIPLOMACY Una notte per salvare Parigi – RECENSIONE

Può in guerra esserci spazio per l’umanità, o la cosa più importante è la fedeltà al proprio paese, al proprio capo, ai propri interessi? È attorno a questa domanda che si svolge il lungo, estenuante, appassionante confronto – un vero e proprio corpo a corpo psicologico – tra i due protagonisti di Diplomacy. Uno è il generale nazista Von Choltitz, che ha ricevuto da Hitler l’ordine di radere al suolo l’odiata Parigi poco prima che le truppe tedesche lascino la città agli alleati. L’altro è il console svedese Raoul Nordling, che cerca di impedirglielo.

REGIA: Volker Schlöndorff
CAST: André Dussollier, Niels Arestrup
FOTOGRAFIA: Michel Amathieu
NAZIONALITÀ: FRA-GER
TITOLO ORIGINALE: Diplomatie
ANNO: 2014
DURATA: 88 min
USCITA: 21 novembre 2014

Il film di Volker Schlöndorff resta fedele alla pièce teatrale di Cyril Gely da cui è tratto, e si vede. Siamo nella notte tra il 23 e il 24 agosto del 1944, e la macchina da presa esce raramente dall’hotel Meurice, sede del comando tedesco. Anzi, non esce quasi mai da una sola stanza: la stanza in cui i due protagonisti ingaggiano il loro duello; la stanza in cui Nordling penetra attraverso un misterioso passaggio segreto – dimostrando che la storia e la salvezza passano non solo per grandi corridoi e decisioni ufficiali, ma anche per scale polverose e riflessioni dolorose. La stanza da cui André Dussollier e Niels Arestrup hanno una fantastica vista sulla città che quella notte rischia la vita.

È proprio Parigi l’altra protagonista del film, un vero terzo personaggio che incombe sul destino dei protagonisti e sugli occhi degli spettatori, che nemmeno per un attimo può essere dimenticato, e che ci viene offerto dalle lenti di Michel Amathieu in una versione notturna e buia – l’oscuramento non permetteva alla ville lumière la sua solita vita – ma comunque mozzafiato.

Già conosciamo il finale del film, ma la bravura e l’intensità dei due attori fanno sì che la tensione non si smorzi mai, e che ci si continui a chiedere come andrà a finire. L’aristocratico generale von Choltitz appare impassibile, serioso, ligio agli ordini e poco sentimentale. Il console Nordling, rappresentante di un paese neutrale, ci sembra dunque più leggero, ironico, addirittura distaccato; non ci vorrà molto a capire che il suo atteggiamento nasconde una volontà di ferro e una grande forza d’animo, utilizzate con pervicacia nel duello diplomatico con il suo antagonista.

Diplomacy convince, e non solo perchè è indissolubilmente legato ai luoghi di cui tratta: Schlöndorff si è formato alla Cinémathèque, Dussollier all’Academie Française, e Arestrup è nato in banlieue e ha frequentato set e teatri parigini di secondo piano per tutta la vita. I personaggi sono credibili, senza sbavature, cadute di tono o concessioni agli stereotipi – e i loro stati d’animo messi in rilievo da una regia discreta, quasi dietro le quinte. La ricostruzione storica non ha la pretesa di essere rigorosissima, ma il generale e il console sono veramente esistiti, e sono spesso stati a contatto l’uno con l’altro.

Cosa? Come dite? Non vi sembra possibile che i nazisti volessero far saltare in aria una città come Parigi? Le immagini di Varsavia ridotta a un cumulo di polvere dopo cinque anni di occupazione tedesca, che aprono il film in opposizione a quelle della capitale francese stremata (ma salva), che lo chiudono, stanno a dimostrare il contrario: che in guerra non sempre l’umanità vince. In questo film sì.

Personaggio Venefico: il console Nordling

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