Ben Affleck

GONE GIRL, molto piu’ di un thriller

GONE GIRL – RECENSIONE

Negli ultimi 20 anni David Fincher ha percorso a più riprese la via del thriller, arricchendo le proprie opere (spesso esemplari) con contenuti sempre inediti: ha caricato “Seven” di riflessioni mistico-religiose, ha effettuato un vero e proprio lavoro di archivio con “Zodiac”, ha spinto l’acceleratore sull’adrenalina pura in “Panic Room” e ha portato “Fight Club” oltre ogni parossismo immaginabile.

REGIA: David Fincher
CAST: Ben Affleck, Rosamund Pike, Neil Patrick Harris,Tyler Perry, Carrie Coon, Kim Dickens
FOTOGRAFIA: Jeff Cronenweth
NAZIONALITÀ: USA
ANNO: 2014
DURATA: 145 min
USCITA: 18 dicembre 2014

Eppure “Gone Girl” – L’amore bugiardo diciamolo sin dall’inizio, davvero un gran bel film – è molto più vicino a “The Social Network” e, addirittura, a “House of Cards” (una gemma di serie TV a cui Fincher si è avvicinato soltanto per un paio di episodi).

Perché la sparizione di Amy Dunne (una Rosamund Pike lanciata verso gli Oscar?), il vortice di indagini in cui viene coinvolto il marito Nick (Ben Affleck, bravissimo a vestire i panni della “persona sbagliata”) e i numerosi, numerosissimi colpi di scena che caratterizzano i 145 minuti di girato sono soltanto la superficie; perché il discorso di Fincher è più ampio e la tessitura del giallo perfetto sembra soltanto l’ultimo dei suoi interessi. Alla base “Gone girl” si rivela infatti innanzitutto come un saggio visivo sulla comunicazione: una sfida a cui partecipano tutti i personaggi sullo schermo e in cui vince chi riesce ad imporre la propria visione della storia.

Il caso di Nick e Dunne è l’emblema perfetto di un mondo in cui la cronaca nera si è trasformata in intrattenimento e in cui il primo tribunale ad emettere un giudizio è quello popolare. Una situazione tanto paradossale da portare il regista a prendersi gioco di tutto e tutti fornendo un’infinità di indizi fuorvianti, una marea di versioni plausibili del caso messo in scena: vittime di questo vortice di informazione e controinformazione sono tanto i protagonisti quanto i personaggi secondari, tanto i diversi giornalisti presenti sullo schermo quanto le singole persone che pagheranno il prezzo del biglietto.

Il punto è che sta andando in scena la farsa dell’infotainment, della caccia allo scoop attraverso l’empatia, della necessità di semplificare la verità distinguendo vittime e carnefici il più presto possibile. Non a caso il commento di Fincher è spesso e volentieri più sarcastico che drammatico: imbocca i personaggi con battute propriamente comiche, divertendosi a spegnere a più riprese la stessa fiamma di tensione che aveva alimentato fino a pochi istanti precedenti.

Una fusione di stlilemi verbali a cui segue una logica fusione di stili visivi. Ancora una volta Fincher gioca con la materia filmica, ancora una volta propone sullo schermo una sorta di saggio sciorinando le soluzioni più differenti: gli elementi del racconto vengono disposti sullo schermi attraverso tecniche sempre nuove (montaggio ora alternato, ora parallelo, ritmo ora lento, ora concitato ecc), il sangue, elemento chiave di ogni thriller che si rispetti, viene prima evitato con cura e poi gettato in faccia a tutti.

Il risultato è un’opera ricca oltre ogni aspettativa, che (ennesimo paradosso) ha come maggior punto debole il non essere perfettamente convincente dal punto di vista dell’incastro dei pezzi e che forse esagera un poco nel resoconto del suo cambio di rotta più geniale. Detto ciò “Gone girl” è un film da non perdere per nessuna ragione al mondo, capace di comunicare, su piani diversi, a una fetta di spettatori infinitamente ampia.

Personaggio venefico: Amy Nick

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