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HUNGER GAMES – IL CANTO DELLA RIVOLTA Parte 1, film a empatia zero

HUNGER GAMES – Il canto della rivolta Parte 1 – RECENSIONE

L’episodio numero uno di Hunger Games era un film muto. La pellicola diretta da Gary Ross metteva in scena una violenza di cartapesta soffocata da rallenty e silenzio mentre le telecamere si muovevano nevroticamente alla ricerca di un barlume di tensione narrativa tra inquadrature di mani,  frecce, piedi, foglie e occhi di Jennifer Lawrence. Basta veramente una direzione schizofrenica per far gridare all’originalità? La risposta è no.

REGIA: Francis Lawrence
CAST: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Julianne Moore, Philip Seymour Hoffman
FOTOGRAFIA: Jo Willems
NAZIONALITÀ: USA
ANNO: 2014
TITOLO ORIGINALE: The Hunger Games: Mockingjay – Part 1
DURATA: 123 min
USCITA: 20 novembre 2014

Fu così che la regia di Hunger Games – La ragazza di fuoco venne affidata al composto Francis Lawrence, il quale diresse un film più classico e digeribile (intendiamoci, niente di cui valga la pena ricordare) che crollava miseramente, nei 45 minuti finali, dentro un’arena acquatica a metà tra Lost e l’Isola dei famosi. In entrambi i casi, la sensazione di vuoto emotivo era tale da non lasciarti altra scelta che correre alla disperata ricerca di Predator in versione VHS,  e dopo averla trovata, lanciarti insensatamente verso il videoregistratore, per poi accorgerti con sgomento, che l’oggetto in questione non faceva più parte del tuo arredamento.

Che tu lo voglia o no, Hunger Games batte Predator 2 a zero. E non c’è altra possibilità,  se la partita dovesse rigiocarsi all’infinito il risultato sarebbe il medesimo: videogioco batte film, videogioco batte film, videogioco batte film. È il futuro baby.

Siamo giunti così al terzo episodio, Hunger Games – Il canto della rivolta – Parte 1, film di raccordo che funge da preludio al ‘gran finale’ previsto per il 2015. Anche qui la macchina Hollywoodiana non si lascia scappare l’occasione di allungare il brodo regalandoci due film al prezzo di due. Ma non era due al prezzo di uno? Son finiti anche i tempi dei fustini di detersivo.

Hunger Games batte Dixan 2 a zero e così via.

È altamente probabile che se siete arrivati fino a questo punto della lettura non siate fan di Hunger Games, ma chi vi scrive non ha proprio voglia di fare il riassuntino sui 12 distretti, su Capitol City, su Panem (et circenses?) e compagnia cantante. Accontentatevi di sapere che l’eroina coi Pampers, Katniss Evergreen si risveglia – i suoi ‘amici’ l’avevano sedata sul finale del secondo film – nel nuovissimo distretto 13, un covo sotterraneo dove i ribelli si sono rifugiati per sottrarsi alla furia di Snow, il feroce dittatore di Capitol City.

Il suo primo pensiero è ovviamente per Peeta – personaggio che dovrebbe simboleggiare l’umanità sofferente ma sempre disposta a sacrificarsi per l’altro, che in questo caso è sempre Katniss -, ancora Peeta, costantemente Peeta, inevitabilmente Peeta come in una canzone di Raf.

Nel frattempo chi è a capo della rivolta deve decidere se sia veramente Katniss la persona da cavalcare, il simbolo della resurrezione per gli oppressi di tutto il mondo. Mezzora di conciliabolo filmico e la risposta è affermativa

Da qui in poi la ragazza si troverà ad agire raramente sul campo, ma verrà usata come icona della rivoluzione e le sue gesta trasmesse dal distretto 13 ai rimanenti distretti. Semplice no? Per sconfiggere la propaganda armati di propaganda o almeno così parrebbe, ma aspettiamo il capitolo finale per decretarne il senso ultimo (io mica li ho letti i romanzi di Susan Collins e a questo proposito vi esorto a non credere a tutti i recensori che fingono, tra le righe, di averlo fatto).

Intorno impazzano le sommosse e la violenta repressione del potere – a differenza dei precedenti qua si spara addirittura in testa alla gente dopo averla incappucciata –  e dobbiamo dire che in questi frangenti ci sono un paio di sequenze notevoli. Nell’avanzata dei lavoratori sembra di scovare Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, e i casi sono tre: 1 – ho preso un abbaglio 2 – citazione casuale 3 – Hollywood gioca contro se stessa. Perché?

Nel primo caso non è necessaria una riflessione, nei restanti invece sì. Ma essendo io un comune mortale non sono sufficientemente attrezzato ad analizzare piani così complessi e vi esorto a dare un occhio a Guida perversa all’ideologia, film di Sophie Fiennes che lascia campo libero al filosofo e psicanalista sloveno, Slavoj Zizek, in grado di destrutturare fotogramma per fotogramma la sottile strategia del mastodontico entertainment californiano.

Il potere che vince è quello che si rigenera (apparentemente) senza soluzione di continuità e in questo il capitalismo è maestro. E allora che fa? Finge di criticare i reality show – perché sa che prima o poi la gente si romperà le palle – imboccando lo spettatore con un grande fratello (anzi quattro) su grande schermo e nel frattempo starà già architettando un nuovo modo per soddisfare il nostro piacere di semplici fruitori.

Siamo ormai solo questo. Non c’è più causa a cui dedicare l’esistenza, il nostro dovere è esclusivamente ridotto al trarre godimento da ciò che ci viene ‘offerto’… ma che almeno lo spettacolo non sia di una noia mortale perché questi Hunger Games possiedono un livello di empatia pari allo zero.

Personaggio venefico: Effie Trinket

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