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Il basket, tre dita e il paese reale

La piccola storia che mi appresto a raccontare inizia su un campetto da basket e finisce tra le liriche di una delle band italiane più solide degli ultimi vent’anni, gli Afterhours. La mia passione per la pallacanestro giocata nasce nel 2012 e si alimenta, senza intralci, fino alla frattura dell’anulare destro, dito che si rivelerà poi essere il primo di una serie, e l’unico il cui recupero procederà senza intoppi. Al Pronto Soccorso, dopo la radiografia, mi prospettano due soluzioni: terapia conservativa o intervento chirurgico. Nel primo caso il recupero delle funzionalità é sicuro al 100%, dovendo pagare, forse, un prezzo all’estetica (il dito potrebbe mancare di piena estensione sull’articolazione danneggiata), nel secondo caso, invece, è l’esatto opposto: il dito torna dritto ma ahimè rischia di non muoversi più come prima. Scelgo ovviamente la prima l’opzione, 40 giorni di tutore (una sorta di barchetta in cui viene infilato l’arto), rimozione dello stesso e l’anulare è come nuovo. Sono fortunato, recupero totale senza compromessi estetici. Le suole delle mie scarpe tornano presto a farsi consumare dal cemento, mentre le mie mani riaccarezzano il finto cuoio della palla a spicchi.

L’estate successiva però parte un altro dito. La mano é sempre la destra ma stavolta è il mignolo a piegarsi alla durezza del pallone, il quale si impenna dopo aver preso il ferro e ricade pesantemente sul mio dito più piccolo. Stesso ospedale, stesso PS ma in questo caso il responso della radiografia è differente: la frattura è minuscola ma è scomposta, l’articolazione manca di continuità e l’operazione sembra inevitabile. Inizialmente non voglio rassegnarmi all’idea e cerco altri pareri, ma il tempo scorre veloce e il rischio che si dilunghi troppo comincia a farsi reale. Ascolto quindi il parere del primario in Chirurgia della mano di un ospedale (del quale non farò il nome) in zona Sant’Ambrogio a Milano, che mi conferma la necessità dell’intervento. Arreso definitivamente all’idea, prenoto un day hospital e vado sotto i ferri. Seguiranno 40 giorni con due fili di K nel mignolo e altrettanti giorni di fisioterapia, a fronte di un risultato appena soddisfacente: la falange menomata rimarrà piegata di 25/30 gradi verso il basso, causa allungamento del tendine che non ha più capacità estensive, e pure in chiusura le cose non andranno tanto meglio. Nel complesso però la mano è funzionale al 100%.

Ciò di cui, però, non ho ancora parlato è l’aspetto psicologico della vicenda. Insomma, scopri una nuova passione e subito ti tocca pagarne il conto. Da fuori, un paio di fratture alle dita potrebbero sembrare inezie, invece, vi assicuro che sono una rottura di coglioni non indifferente, soprattutto per chi come me, vive solo. Provate a lavare i piatti con una mano sola perché all’altra è vietato fare il bagno. E la doccia? I medici raccomandano di non bagnare l’arto pena il rischio di infezione etc etc. E aprire una bottiglia? Anche mettersi i pantaloni diventa un’impresa… nel mio caso, in particolare, si aggiunge un’altra menata: sono allergico ai fans (per chi non lo sapesse è l’acronimo inglese dei nostri antinfiammatori) e vi lascio quindi immaginare i tre giorni successivi all’operazione chirurgica. In realtà un’alternativa per combattere il dolore ci sarebbe, gli oppiacei. Ma per qualche oscuro motivo non te li propone nessun medico o farmacista, nemmeno se stai ululando a mo’ di licantropo.

Insomma, facciamo due conti: questa nuova passione mi è costata due fratture, un intervento chirurgico, un sacco di problemi logistici e le mie mani rischiano un imbruttimento precoce con annessa riduzione della funzionalità. Ce nè abbastanza per andare in depressione, considerando poi, che dopo i due mesi di riabilitazione devi fare una scelta: dedicarti ad altro o provarci un’altra volta? Vado per la seconda, giocare a basket mi sta piacendo troppo. In questo caso però non passerà un anno, prima che un altro dito faccia crack, basteranno un paio di mesi. Sarà così il pollice della mano sinistra a soccombere all’impatto con la palla a spicchi. Memore delle esperienze precedenti, capisco subito che si tratta di un’altra frattura. Ho perso ormai la speranza che le mie dita, semplicemente si insacchino, come quelle degli altri. C’è qualcosa però che mi conforta più delle altre volte, l’articolazione non sembra compromessa e muovo il dito senza problemi, sia in chiusura sia in estensione. Ancora PS, altra radiografia e il tecnico mi conferma che si tratta di frattura. É però domenica e sono costretto ad aspettare il giorno seguente prima di avere il parere di un medico, il quale mi darà un responso scioccante: nuova operazione in vista. Resto basito, chiedo spiegazioni cercando di blaterare qualcosa di sensato in relazione alla mobilità del mio pollice, ma la reazione si esplicita in queste parole: “ha ragione, la frattura non è scomposta, ma è talmente profonda che si scomporrà quasi sicuramente in seguito, indi per cui proponiamo l’intervento”. Sono confuso ma abbastanza lucido da riuscire ad ascoltarmi e ad annusare che qualcosa in tutto questo non torna. Anche se impaurito decido di prendermi la responsabilità della decisione e rifiuto la loro proposta. Mi fanno così firmare l’assunzione di responsabilità, non senza ammonimenti sui rischi di questa mia decisione, e mi spediscono in fisioterapia, dove il mio dito verrà affrancato all’ennesimo tutore. Alla mia vista le ragazze del reparto – che conosco bene, vista l’esperienza del mignolo – sgranano gli occhi e all’unisono intonano: “Cazzo ci fai ancora qui?”. Alla spicciolata racconto loro la mia ennesima disavventura, soffermandomi soprattutto sulla narrazione fattami dal medico 10 minuti prima, riguardante la necessità di un nuovo intervento chirurgico. Mi rassicurano e mentre lavorano alla mia mano,una di loro sottovoce mi sussurra: “stai tranquillo, perché dovrebbe scomporsi?” Sanno già ciò che io in quel momento percepisco appena ma non mi permetto di sentire liberamente. Ai piani alti mi volevano fottere? Torno a casa contento di essermi ascoltato ma una vocina interiore bisbiglia: «bravo, hai avuto coraggio, ma sei pur sempre andato contro il parere di un professionista. Sei davvero sicuro di voler mettere la guarigione del tuo arto nelle mani di un signor nessuno come te?». La risposta è ovviamente NO. Cerco quindi un ortopedico chirurgo della mano di una struttura pubblica che eserciti anche privatamente. Lo trovo. Seguirà, previo lauto pagamento, i progressi del mio pollice radiografia dopo radiografia, fino alla completa guarigione. A fine percorso lo ringrazio per aver supportato la mia scelta e gli dico: io so perché mi volevano operare. Più operazioni, più soldi, più rimborsi statali etc etc. Lui mi guarda, annuisce e dice: «sì, purtroppo il sistema funziona anche così».

Mentre torno a casa sono davvero demoralizzato e deluso. Il sistema? Non c’è nessun sistema che possa passare sopra la coscienza delle persone, se queste non glielo permettono. Come medico, come essere umano hai il dovere di ribellarti a un ricatto del genere. Continuavo poi a pensare alla mia mano sinistra e mi dicevo: “é la mia mano sinistra ed è l’unica che ho. E questa gentaglia per qualche migliaio di euro si sarebbe presa tranquillamente la responsabilità di offendermela”. Così, senza problemi. Perché così funziona. Chi sarebbe sto tizio di cui dovremmo preoccuparci? La mano di chi? Dopo l’intervento il pollice non si muoverà più come prima? E quindi?

Insomma, l’altro non esiste, è solo elemento di passaggio, che può, più o meno essere funzionale ai nostri interessi. E non è brutto dirlo nè pensarlo. Se questo è il (mal) costume prevalente nell’Italia odierna è giusto prenderne atto. Si cambia con il comportamento quotidiano, cercando di mantenere una certa integrità, urlando il nostro no, se necessario. Altrimenti il prezzo da pagare sarà ben più alto di un esclusione, sarà la rinuncia a una parte di noi.
E non dovrebbe bastare più la narrazione di un’italia goliardica, furba e giocherellona. Questi sono evidenti segnali di una resa.

A questo punto avrei la tentazione di scrivere ancora, di rileggere ciò che ho buttato giù e scriverlo meglio. So benissimo che questo testo non è tra le cose più ispirate che ho partorito. Invece decido di affidarmi alle parole de “Il paese è reale” degli Afterhours. Pezzo simbolico e disturbante, che mette tutti di fronte alle proprie responsabilità. E adesso fa qualcosa che serva…

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