benicio del toro Psychotherapy plains Indian

Jimmy P. psicoterapia di un indiano

RECENSIONE JIMMY P. – PSICOTERAPIA DI UN INDIANO

Montana, 1949, Jimmy Picard (Benicio Del Toro) è un nativo americano appartenente alla tribù dei Blackfoot (Piedi Neri) che vive e lavora in un ranch assieme alla sorella Gayle. La seconda guerra mondiale, causa una ferita durante il conflitto, gli ha lasciato in eredità un terribile mal di testa che gli procura fiato corto, sudori freddi e allucinazioni. Ben presto Gayle lo convince a farsi curare presso una clinica per reduci di guerra, dove la prima e frettolosa diagnosi indurrà i medici a etichettarlo come schizofrenico.

Jimmy sembra straniato, non parla con nessuno, quello non è il suo posto. Il Dott. Karl Menninger, direttore dell’ospedale, è però intenzionato a studiare il caso più a fondo. Per fare ciò si affida quindi all’antropologo francese Georges Devereux, appassionato di cultura Mohave, che affronterà la vicenda di Jimmy P. attraverso la psicoanalisi.

REGIA: Arnaud Desplechin
CAST: Benicio Del Toro, Mathieu Amalric, Gina McKee, Larry Pine, Joseph Cross
FOTOGRAFIA: Stéphane Fontaine
NAZIONALITÀ: USA, FRA
ANNO: 2013
TITOLO ORIGINALE: Jimmy P. (Psychotherapy of a Plains Indian)
Durata: 120 min.

Tratto dal libro Psychotherapy of a Plains Indian dello stesso Devereux, Jimmy P. è un film che ha come tema centrale la relazione tra due individui, il medico e il paziente. La regia di Desplechin, ci conduce nel sottobosco dei due con delicatezza, costruendo un film basato esclusivamente sui dialoghi e senza utilizzare facili scorciatoie, dove le ‘verità’ vengono alla luce piano piano ed è indicativo come il suo sguardo non si focalizzi solo ed esclusivamente sul dramma personale di Jimmy, ma soprattutto sul modo in cui i due protagonisti arrivano al risultato finale attraverso un percorso comune. É il viaggio relazionale tra Jimmy e Devereux a dare corpo all’intera pellicola.

Si dimostra in questo senso coraggiosa e coerente la sua scelta di non inserire nel copione altre figure di rilievo – contrariamente a quanto solitamente accade nei film ambientati all’interno di cliniche – ad ecczione di Madeleine, l’amante di Devereux, interpretata dall’affascinantissima Gina McKee.

Jimmy P. però non è un film esente da difetti. Soffre talvolta di alcuni momenti di stanca e analizza, forse in maniera troppo marginale, le origini storico culturali del protagonista, limitando la questione a qualche battuta sparsa qua e là. Rimane comunque un discreto prodotto d’autore che si giova di piacevoli dialoghi e si avvale di un cast che fa appieno il suo dovere. Su tutti uno straordinario Mathieu Amalric che riesce a dare credibilità e passione al personaggio di Devereux. Divertente, infine, una breve discussione tra l’antropologo e il dottor Menninger nella quale il primo disquisisce di una pratica delle donne Blackfoot: l’allungamento delle labbra vaginali indotta dai mariti.

Coinvolgente il finale.

Personaggio venefico: Georges Devereux, la miglior rivalsa dell’uomo europeo sull’uomo americano.

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