Jimmys Hall Film

JIMMY’S HALL – UNA STORIA D’AMORE E LIBERTÀ, di nuovo a lezione da Ken Loach

JIMMY’S HALL – RECENSIONE

Jimmy’s Hall è una nuova lezione impartita: di storia, di politica, di correttezza, di giustizia (sociale e morale) e al contempo un’imposizione narrativa come sempre dai piedi inchiodati per terra; da cui uscire sì mutati, ma indirettamente, e su corde differenti da quelle prettamente audiovisive, (re)legate alla realtà e ai personali retroterra, alle cup of tea d’ognuno di noi.

REGIA: Ken Loach
CAST: Barry Ward, Simone Kirby, Andrew Scott, Jim Norton, Brían F. O’Byrne
FOTOGRAFIA: Robbie Ryan
NAZIONALITÀ: UK/IRL/FRA
ANNO: 2014
TITOLO ORIGINALE: Jimmy’s Hall
DURATA: 109 min
USCITA: 18 dicembre 2014

Difatti ritroviamo il Loach’s touch, capace di rendere ogni sua pellicola come appartenente al medesimo, sobrio universo privo di traslazione, in cui è possibile godere della puntualità, dell’ironia, dell’andamento composto, delle inappellabili ragioni, del fradiciume di senso di giustizia, e infine della loro rassicurante prevedibilità. E nuovamente una sceneggiatura a cronometro di Paul Laverty, preponderante e ricca di minuziosa scrittura, di conflitto soppesato, d’irriducibilità ulteriore, capace di sottolineare e preparare alla messa in scena anche il più ovvio dei concetti; caricandoli qui con omelie e confessioni, dibattiti e rappresaglie, anche se non senza una forte dose di prassi, di semplificazioni, di schematizzazione.

Con Jimmy’s Hall certe loro tipicità appaiono anche più amplificate del solito e la frizione tra le due componenti si dà come spettacolo didattico, in un flusso di chiarezza e chiarimenti determinato da un non-stile apparente che non lascia alcun margine di dubbio, di critica, di (sup)posizione, di disappunto. Dedito alla trasmissione del messaggio e mai ad altro, smuovendo sentimenti e punti di vista, attingendo ai dati e alle informazioni senza che possano sgorgare in modo naturale, la bellezza del suo Cinema rimane strumentale e, per forza di cose, applicativa.

Sia chiaro: Ken Loach, ancora una volta, riesce a pieno in questo scopo: definito, netto e insindacabile. Ma permane il dubbio su chi sia il destinatario. Perché, una volta appurata la mancanza di scosse emotive autonome, rimane solo l’autocompiacimento di una determinata tipologia di pubblico, quello del “cantarsela e suonarsela” sociopolitico volto all’eco da salotto, e volendo alle programmazioni scolastiche.

Così facendo, il Cinema di Loach rimane quindi semplicemente il Cinema di Loach, con i suoi schemi, le sue ragioni, le sue forze e le sue debolezze, senza mai voler essere onnicomprensivo, perfettamente a suo agio nei propri panni/limiti.

Personaggio venefico: Padre Sheridan

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