Colin Firth e Taron Egerton

KINGSMAN – SECRET SERVICE: Bond, la posa, il pop, il fumetto

KINGSMAN – SECRET SERVICE – RECENSIONE

Matthew Vaughn non sarà mai il re dei cinecomic (ma ce n’è mai stato uno? Ne serve qualcuno?), perché Kingsman – Secret Service è la conferma di quanto il suo cinema sia di più ampio respiro, un piccolo capolavoro pop capace di prendere i limiti insiti di più generi odierni, di comprimerli nei generi stessi e di lanciarli addosso allo spettatore come con una pistola da paintball.

REGIA: Matthew Vaughn
CAST: Colin Firth, Samuel L. Jackson, Mark Strong, Taron Egerton, Michael Caine
FOTOGRAFIA: George Richmond
NAZIONALITÀ: USA, UK
ANNO: 2014
DURATA: 101 min
USCITA: 25 febbraio 2015

Dopo aver spalancato con Kick-Ass una porta che quasi nessuno ha poi attraversato e, con X-Men – L’inizio, rigenerato una saga nata vecchia e stanca, con questo nuovo film tratto dalla miniserie di Mark Millar e Dave Gibbons ci troviamo non di fronte a un cinecomic nel senso comune del termine: non abbiamo la trasposizione cinematografica di un fumetto, ma la reincarnazione visiva della carta stessa. Non dobbiamo subire il rimpasto di drammi e azione ma l’inglobamento di un medium nell’altro e, con esso, il ritorno in vita di tutta la contaminazione originaria di temi, argomenti, violenza e ironia comune ai due.

Con Kingsman – Secret Service sono i colori, le prospettive, i volti a comandare il quadro, senza che nessuna seriosità sia necessaria. Un film dove buoni e cattivi pasteggiano (Mc Donald’s) e insieme criticano il cinema d’azione di oggi rimpiangendo i vecchi James Bond (unica Bibbia cinematografica nelle intenzioni di Vaughn). Piogge di sangue e crudeltà, battute puntuali e dissacratorie e un finale che invece del pathos maledettista e pseudoevocativo corona due ore di sballottamento elegante, cromatico, cinetico con una scena da cinepattone dei tempi andati. Tutto ciò senza che il plot venga messo da parte per un solo istante.

Nel nome della leggerezza, il film fa saltare teste scintillando, ne fa un carnevale. Prende gli eroi e ridona loro la gigioneria della celluloide andata perduta negli anni, fino ad arrivare agli occhi crepati di Liam Neeson e ai muscoli di Daniel Craig. Prende l’action, lo rende insieme irrealistico e chiaro: una pura coreografia in cui è il ritmo e non il dolore a dominare il tempo e il montaggio. Vaughn fa quello che a Tarantino riesce goffo, ci fa accettare e decollare verso la surrealtà che – del cinema, del fumetto, ma anche della musica, e potenzialmente di qualsiasi strumento espressivo – ingabbia gli occhi e l’esperienza e sazia, trasla, appaga.

Una leggerezza d’assalto provata da molti, ma fino ad ora riuscita a pochi. Matthew Vaughn mescola il British con la tamarraggine, l’impeto visivamente distruttivo con l’ordine. Invece del dramma contemporaneo ci dà il melò senza tempo, subordina la verosimiglianza ai personaggi, la costruzione di emozioni al gioco di genere.
Le sue immagini sono sempre piatte, geometriche e simili a vignette, e in questo il suo cinema prende il là, tenendoci legati stretti: non è cinema basato sul fumetto, è cinema fumettologico, è swing che narra schioccando le dita. E una volta ripresi dalla traversata di Kingsman – Secret Service ci possiamo accorgere che quella frattura improvvisa durante la visione dovrebbe prendere il nome di semplicità, omaggio a tutto ciò che di classico è stato dimenticato, alle icone, al cristallino gusto per l’esuberanza, alla sincerità della posa dell’ormai passato post-moderno… e la verità sulla narrazione cinematografica che solo il consapevolmente falso può dare.

Con sapienza visiva, la fiducia dei produttori e l’onestà (registica, narrativa, mentale) messa sul piatto, il suo stile è andato migliorando di film in film, e dopo le doverose incertezze di Kick-Ass e i limiti di rating statunitense del suo X-men, Kingsman – Secret Service si rivela un film libero, conscio, liberatorio, stupefacente e – duole sempre doverlo dire – visivo. Capace, insomma, di quel difficilissimo disimpegno che a occidente e nel “per adulti” è quasi impossibile trovare.

Personaggio venefico: Valentine (Samuel L. Jackson) e la sua zeppola

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