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LA FORESTA DI GHIACCIO, film fuori tempo massimo

LA FORESTA DI GHIACCIO – RECENSIONE

La foresta di ghiaccio è innanzitutto un film fuori tempo massimo, nel senso che sono anni che assistiamo ad un ri-ritorno di fiamma verso il thriller extra-urbano: volendo considerare Un gelido inverno come il precorsore di questa nuovissima moda del losco nei boschi e “True Detective” come il suo canto del cigno, viene subito da chiedersi se Claudio Noce sia riuscito ad aggiungere qualcosa di proprio a questa abusatissima micro-categoria cinematografica o se invece non si sia limitato a cavalcare l’onda, con almeno un anno e mezzo di ritardo.

REGIA: Claudio Noce
CAST: Emir Kusturica, Ksenia Rappoport, Domenico Diele, Adriano Giannini
FOTOGRAFIA: Michele D’Attanasio
NAZIONALITÀ: ITA
ANNO: 2014
DURATA: 100 min
USCITA: 13 novembre 2014

Se dal punto di vista estetico è difficile parlare di migliorie rispetto allo standard imposto di cui sopra (il bianco della neve, l’oscurità della notte, i campi lunghi sulle strutture, tutto produce una fortissima sensazione di déjà vu), da quello contenutistico Noce ci mette sicuramente del suo; o meglio, del “nostro”, visto che il Cinema nostrano è asfissiato da anni da uno strano mix di spirito di denuncia e promozione di valori da Bacio Perugina. Così un misterioso omicidio avvenuto al confine tra Italia e Slovenia diventa il pretesto perfetto per fare la predica ai burattinai che muovono l’immigrazione clandestina; peccato però che nessuno si sia preso la briga di spiegare allo spettatore in che maniera sarebbero collegate le due vicende.

La trama de “La foresta di ghiaccio” sembra infatti procedere per blocchi appiccicati l’uno all’altro senza alcuna considerazione causale di fondo: osserviamo tutta una serie di morti ammazzati, di indizi senza capo né coda, di complotti che Dio solo sa dove vanno a parare e, alla fine della fiera, è praticamente impossibile raccapezzarsi. Quasi nulla ha un senso propriamente logico: tanto le decisioni della detective Lana quanto le azioni di Lorenzo il traffichino, con menzione di disonore per il povero Emir Kusturica costretto a interpretare un personaggio capace di ristabilire i limiti del nonsense.

Una confusione generale, che sembra avere attecchito anche nello sguardo e nella voce del regista: i personaggi alternano dialoghi oltre i confini dell’ermetismo a spiegoni e morali degne di un fotoromanzo (cito: «I morti di frontiera non sono mai di nessuno!»). Stiamo parlando di un film in cui i criminali vorrebbero parlare come santoni e in cui però non c’è una profondità tale da permettere alle loro parole di diventare poetiche o simboliche: per rendere l’idea di quello che dico basti pensare che Ksenia Rappoport procede nella sua indagine riascoltando dialoghi pregressi grazie a voci fuori-campo e che, a pochi minuti dalla conclusione, lo spettatore viene più volte imboccato sull’arrivo imminente di una “tempesta”. Roba che mancavano i temi con le scale discendenti in concomitanza dei tuoni e avremmo fatto Bingo.

A scanso di equivoci, non è affatto divertente parlare male di un’opera che comunque prova in qualche maniera a distanziarsi dalla concorrenza nazionale interpretando un gusto appena più attuale di quello imposto dai Vanzina. Il problema de “La foresta di ghiaccio” è che a buonissime intenzioni segue un risultato davvero troppo mediocre.

Personaggio venefico: Emir Kusturica, esclusivamente per la sua storia al di fuori del film.

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