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MY ITALIAN SECRET, emozionale ma non emozionante

RECENSIONE MY ITALIAN SECRET

Cosa fa di un uomo un eroe? È a questa domanda che vuole rispondere il documentario di Oren Jacoby, regista americano già nominato agli Oscar nel 2005 per il corto Sister Rose’s Passion, ripercorrendo la storia di alcuni sopravvissuti all’Olocausto grazie all’impegno di sconosciute, anonime, segrete persone – escluso Gino Bartali, che però nascose per decenni ciò che aveva fatto – che non hanno esitato a mettere a rischio la propria vita per mettere in salvo quella degli altri.

REGIA: Oren Jacoby

VOCI: Isabella Rossellini (voce narrante), Robert Loggia (Gino Bartali)

CAST: Andrea Bartali, Pietro Borromeo, Gaia Servadio, Charlotte Hauptman, Piero Terracina, Ursula Korn Selig
FOTOGRAFIA: Bob Richman

NAZIONALITÀ: USA
TITOLO ORIGINALE: My Italian Secret – The Forgotten Heroes

ANNO: 2014

DURATA: 92 min

Le voci narranti di Isabella Rossellini e Robert Loggia (il Frank di Scarface) ci portano immediatamente al centro della vicenda, o meglio, delle vicende ripercorse dai protagonisti: bambini di religione ebraica nell’Italia delle leggi razziali, del confino e della deportazione, tornati dopo settant’anni a ritrovare i luoghi e le persone attraverso cui sono riusciti a sfuggire al loro terribile destino.

Il punto di vista di Jacoby è abbastanza chiaro fin dall’inizio, immerso com’è in una prospettiva tipicamente americana dei fatti. E cioè: l’individuo, da solo, può trovare la forza di opporsi alle grandi correnti della storia, alle forze avverse, in questo caso al potere tirannico che ciecamente vorrebbe dominare le persone. Naturalmente è d’aiuto, secondo il regista, che tutto ciò accada in un posto meraviglioso come l’Italia: la dichiarazione d’amore per il nostro paese traspare subito dalla fotografia da cartolina, dall’insistenza nel mostrare l’umanità dei nostri compatrioti per combattere le avversità, dal trionfale Va’ pensiero che fa da colonna sonora al finale del film.

Film che tuttavia, nonostante l’interesse e la commozione che suscitano i racconti, non riesce davvero a penetrare sotto pelle. La narrazione delle diverse vicende è abbastanza piatta e mescolata senza troppa coerenza: i tre piani utilizzati – immagini di repertorio, testimonianze dirette dei protagonisti e ricostruzione filmica degli istanti più drammatici – non si intrecciano a dovere. Prova ne è la colonna sonora, si passa dal sonoro alla Schindler’s List nei momenti che si vorrebbero più toccanti per arrivare al jazz e allo swing utilizzati per commentare i viaggi in bicicletta di Bartali, mentre la fotografia patinata utilizzata per le ricostruzioni stride con le immagini d’epoca e riflette la formazione televisiva del regista.

Meriterebbero poi maggiore attenzione alcune delle incredibili storie presenti nel documentario – pensiamo al dottor Borromeo, capace di inventare una terribile malattia contagiosa che tenne lontani i soldati tedeschi dalla perlustrazione dell’ospedale Fatebenefratelli, nascondendo così centinaia di ebrei -, ma Jacoby preferisce giocare facile, puntando tutto su momenti emozionali, a dire il vero non sempre autentici.

Non c’è dubbio però che si esca arricchiti dalla visione di My Italian Secret, non fosse altro per il messaggio di speranza che suscita. Il finale è tutto per Gino Bartali che risponderà in modo convincente al quesito posto dal film.

Personaggio Venefico: L’abate che infrange il voto di clausura per raccontare il rastrellamento delle SS nel suo monastero in Toscana.

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