russel crowe noah

Poco convincente il Noah di Aronofsky

RECENSIONE NOAH

Difficile, veramente difficile scrivere una recensione coerente sul Noah di Darren Aronofsky, ma ci proverò lo stesso, e abbiate pazienza se troverete molte contraddizioni su ciò che mi appresto a dirvi.

Il film in questione é un meltin pot di generi apparentemente (e forse decisamente) sconclusionato. Si passa dal fantasy al polpettone biblico spruzzato di elementi ambientalisti, fino ad arrivare al feuilleton popolare con tanto di dramma famigliare.

REGIA: Darren Aronofsky
CAST: Russell Crowe, Jennifer Connelly, Ray Winstone, Anthony Hopkins, Emma Watson
FOTOGRAFIA: Matthew Libatique
NAZIONALITÀ: USA
ANNO: 2014
TITOLO ORIGINALE: Noah
DURATA: 138 min.

Ma ripartiamo con ordine. Nella prima mezzora assistiamo a Noè, figlio di Lamech, nipote di Matusalemme, discendente della stirpe di Adamo (il resto della storia ve la cercate da soli eh), che vagola assieme alle famiglia tra terre desolate in perpetua fuga dal resto della razza umana. Quest’ultima è capitanata dal malvagio Tubal-cain – la qual discendenza non vi sarà difficile immaginare n.d.r. – ed è composta da reietti della peggior specie. I cattivoni per giunta si nutrono addirittura di carne animale. In questa fase continuo incessantemente a chiedermi perché dovrei continuare a subire la visione di questo film, che assomiglia sinistramente a un supplizio.

La regia è scialba, si avvale ossessivamente di continui primi piani, tant’è che a un certo punto mi domando se il regista in questione non sia effettivamente Darren Aronofsky ma piuttosto uno catapultato per sbaglio da una puntata di CSI Miami o NCIS. La CGI costruisce luoghi desolanti, ahimè solo per l’occhio di chi guarda, mentre i vigilanti – ex angeli intrappolati dal creatore in corpi di pietra per aver aiutato la stirpe di Caino -, fanno rimpiangere le creature di pietra de La storia infinita; sembrano dei Transformer di roccia che si muovono con la fluidità di un videogioco anni ’80.

Dopo il travaglio della prima parte, la pellicola acquista un po’ di verve quando un segnale dal cielo comunica a Noè che il mondo verrà spazzato via dal tristemente famoso diluvio… a questo punto Noah diventa un altro film.

La famiglia, composta da Nameeh, moglie di Noè, e dai figli Sem, Cam, Jafet e Ila – una bambina trovata per strada durante il girovagare della famiglia – si mette al lavoro per la costruzione dell’arca, mentre il protagonista viene turbato da una scoperta su sé stesso, trasformandosi lentamente in un uomo ossessionato dalla responsabilità di dover decidere del destino dell’umanità.

Ed è qui che la pellicola di Aronofsky acquista lirismo. La possibile scomparsa dell’uomo dal pianeta terra passa attraverso un conflitto famigliare che risulta stranamente intenso, grazie e soprattutto alle notevoli interpretazioni di Russell Crowe, Jennifer Connelly e Emma Watson. I tre hanno il merito di prendersi maledettamente sul serio, facendoti dimenticare per un attimo numeroso le pecche descritte in precedenza.

Nonostante ciò i difetti e i dubbi su Noah restano inalterati, perché il film soffre di un gusto visivo alquanto discutibile – un soggetto come la Bibbia nelle mani di registi come Tim Burton o Peter Jackson avrebbe avuto tutt’altro fascino – e come già espresso in precedenza la computer grafica è utilizzata in modo imbarazzante. Gli animali praticamente non si vedono, ad eccezione di un paio di uccelli robotici e un nugolo di serpenti da cartone animato, mentre la realizzazione del diluvio universale non pare all’altezza di un esperimento così ambizioso.

Peccato, perché un cast così convinto avrebbe meritato una regia e una realizzazione più ispirate.

Nota a margine: il film non segue il testo biblico, ma i cambiamenti apportati da Aronofsky sono funzionali alla ‘sua’ storia, seppur non sempre convincenti.

Personaggio Venefico: Nameeh, l’interpretazione di Jennifer Connelly è veramente eccezionale

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