Olivia Cooke

OUIJA, teen horror povero ed elementare secondo ricetta

OUIJA – RECENSIONE

Sarà anche passato poco dalla lezione di Quella casa nel bosco, ma sono ormai quasi vent’anni dal primo Scream. Nonostante ciò, il teen horror (americano) sembra sempre più essere guidato non da paradigmi e convenzioni, quanto invece, complici motivi economici e di censura, da elementi e dinamiche da test cognitivo senza particolari speranze.

REGIA: Stiles White
CAST: Olivia Cooke, Ana Coto, Daren Kagasoff, Douglas Smith, Bianca A. Santos
FOTOGRAFIA: David Emmerichs
NAZIONALITÀ: USA
ANNO: 2014
DURATA: 89 min
USCITA: 8 gennaio 2015

Ad ogni modo Ouija è una new entry tra le meno opache in questo mazzo ormai sconfinato. Vale a dire che siamo un filo sopra lo zero e che il bimbo è riuscito a mettere la forma a base triangolare nel buco triangolare, e così via; anche se non sempre azzeccando al primo colpo e spesso dovendoci riflettere diverso tempo.

L’incipit riesce inspiegabilmente a essere più prolisso rispetto alla già bassa norma – che vorrebbe un inizio col botto – ed è poi seguito come di consueto da almeno mezz’ora di dialoghi qualsiasi, tristezza e malinconia di grana grossa (con sguardi persi nel vuoto o davanti ai lasciti digitali della sorella scomparsa), apparizioni e accadimenti sovrannaturali evidenziati da violini, effetti sonori acidi e “innovative” contestualizzazioni di provincia (per voi vagonate di tempo per rispondere ai messaggi).

Anzi, potete controllare il telefono da subito, anche perché siamo davanti ad un PG-13 largo di molte taglie e di sangue non se ne vede e non se ne vedrà. E non accadrà niente di interessante almeno fino a metà film, quando, dopo il trentesimo momento di sbigottimento della protagonista (un abbozzo d’adolescente timida ma determinata che verrebbe bocciata da qualsiasi network se fosse il personaggio principale di un pilot invece che di un filmetto economico come questo) arrivano i primi spiegoni e, con loro, un sano e ormai quasi insperato scontro con le forze del male.

Il regista esordiente Stiles White ha alle spalle una carriera ventennale con gli effetti speciali e ipotizzando che Ouija non sia stato realizzato in dormiveglia, appare più chiaro cosa gli interessi e cosa no: piuttosto che fare qualcosa che appaia adeguato da principio a conclusione, tratta i momenti di dialogo e non prettamente visivi come semplice zavorra, per poi giocare con bocche cucite, possessioni, visioni e fantasmi fin dove gli è consentito dai vincoli del rating. Non c’è costruzione di tensione, ma il suddetto deserto di lungaggini e banalità intervallato, da un certo punto in poi, da del buon horror spiritico non sanguinolento. I momenti chiave da sussulto sono una manciata e il manifestarsi – tardivo – del(la) villain è capace di ripagare in qualche modo dell’attesa, ribaltando mood e atmosfera per qualche trascinante minuto nel pericolo e nello spavento.

Il problema rimane il disidratante cammino per arrivarci, centro commerciale compreso.

Personaggio venefico: le due sorelle Doris e Paulina

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