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RITORNO A L’AVANA, uno sterile chiacchericcio

RITORNO A L’AVANA – RECENSIONE

La storia del Cinema non è certo parca di pellicole che stanno in piedi basandosi esclusivamente su dialoghi a raffica sparati in ambienti statici. Hitchcock ha costruito sul dialogo uno dei suoi capolavori, Nodo alla gola, ma anche nella cinematografia odierna albergano episodi di questo tipo, basti pensare al brillante Carnage di Roman Polanski – interamente girato in un appartamento – o al più recente Locke di Steven Knight, film le cui riprese sono durate lo spazio di otto notti con telecamera che non stacca quasi mai dalla figura di Tom Hardy alla guida di un fuoristrada (da vedere!).

REGIA: Laurent Cantet
CAST: Isabel Santos, Jorge Perugorría, Néstor Jiménez, Fernando Hechevarrìa, Pedro Julio Díaz
FOTOGRAFIA: Diego Dussuel
NAZIONALITÀ: FRA

TITOLO ORIGINALE: Retour Àithaque

ANNO: 2014

DURATA: 90 min

USCITA: 30 ottobre 2014

Dopo questo breve preambolo caro lettore mi arrogo il diritto di immaginare cosa ti stia frullando per la testa, ma ti chiedo di smorzare i facili entusiasmi perché il film in questione non è La morte e la fanciulla – toh, ancora Polanski, giuro che dopo il prossimo metto in stop il generatore automatico citazionista – ne tantomeno The Big Kahuna, purtroppo qui si parla di Ritorno a l’Avana.

Scritto a quattro mani con il romanziere cubano Leonardo Padura, il nuovo film di Laurent Cantet (autore de La classe, lavoro che gli valse la Palma d’oro al Festival di Cannes 2008) mette in scena il dramma di una generazione, quella dei sessantenni cubani nati subito dopo la rivoluzione castrista, e per fare ciò si affida a una terrazza abitata da cinque personaggi – tutti apparentemente diversi – che ingaggiano un botta e risposta attraversando ricordi di gioventù, sogni, amori e castrazioni di regime.

Il film inizia con un chiacchiericcio divertito (ma poco divertente) che ben presto, tra ripicche e rancori, assume toni più seri, fino ad arrivare alla rivelazione finale.

Il problema principale di Ritorno a l’Avana è proprio questo, perché Cantet utilizza (male) le questioni private dei cinque protagonisti per arrivare all’obiettivo che si dispiegherà sul finire del film, tra confessioni poco interessanti e per nulla coinvolgenti. La pellicola è fredda, manca di brio e intensità, nonostante i 5 cerchino di sollevarla con interpretazioni sincere, provando a smarcarsi dagli scialbi personaggi che sono stati cuciti loro addosso.

In tutto ciò Cuba non esiste, non si vede, non si sente, e se a livello teorico questo potrebbe essere un pregio del film (le critiche al regime castrista potrebbero essere estese a qualsiasi altro sistema da ‘pensiero unico’), per il lavoro di Cantet non lo è, proprio per i limiti descritti in precedenza.

Con un minimo di sapore ispano/sudamericano Ritorno a l’Avana avrebbe perlomeno acquistato quel poco di brillantezza utile a non far stramazzare lo spettatore in poltrona nell’attesa della fine.

Di questo lungometraggio del regista francese non rimane che, il non nuovo, ma apprezzabile tentativo di comunicare il messaggio legato alla difficoltà dell’essere umano di esprimere il proprio estro in situazioni di non completa emancipazione. Ma purtroppo per Cantet, come ci ricorda Niccolò Fabi “non è il cosa ma il come, è una questione di stile”, e la cifra stilistica di questo prodotto tende a rotta di collo verso il basso.

Il film potrebbe risultare indigesto anche al ‘radical chic‘ più estremo

Personaggio Venefico: nessuno

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