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Si alza il vento, ma sbuffa lieve

Mi sono sempre chiesto quanto un recensore di pellicole cinematografiche possa essere influenzato, nel giudizio, dal momento emotivo che sta vivendo mentre osserva un film. Per quanto mi riguarda credo ci siano pellicole per tutte le stagioni e gli infiniti stati emotivi, ma i lavori di Miyazaki non rientrano in queste categorie.

REGIA: Hayao Miyazaki
NAZIONALITÀ: JAP
ANNO: 2013
TITOLO ORIGINALE: Kaze tachinu
DURATA: 126 min

Le opere di Miyazaki vanno viste alla giusta distanza. Gli occhi, la testa e il cuore devono respirare all’unisono, con intensa leggerezza… quella che ieri, seduto in poltrona non avevo… confidavo pertanto in un soffio di vento, magari leggero, ma il vento, ahimè, non si è alzato, lasciandomi solo con uno sbuffo di noia e con la consapevolezza che questa recensione sarà tra le più ‘sofferte’ che mi sia capitato di scrivere.

Periodo Taisho della storia giapponese (1921-26), Jiro è un bambino che sogna di volare, ma la forte miopia che lo affligge non gli permette di coltivare appieno il suo desiderio. Testardo e ossessivo, il ragazzo non molla e si mette in testa di diventare un grande progettista di aeroplani. Perseguirà l’obiettivo sfidando se stesso e l’ostile mondo circostante (il Giappone di quegli anni è un paese economicamente depresso, tecnologicamente arretrato e con il fascismo alle porte), accorgendosi pian piano che il sogno è assieme esaltazione e abiura di sé… il paese del sol Levante, nel frattempo, si prepara per la guerra!

Il regista de La città incantata racconta se stesso dirigendo un road-movie d’animazione che valica vent’anni di storia giapponese (1921-1940) e lo fa affidandosi a un personaggio creato sulla base di un mix tra lo scrittore Tatsuo Hori e l’ingegnere aeronautico che disegnò il famoso aereo da combattimento Zero, Jiro Horikoshi.
Jiro è Miyazaki. Il volo, le sigarette, la nostalgia di un territorio giapponese incontaminato e lussurreggiante, la caparbietà, la letteratura (vengono citati spesso Hermann Hesse e Thomas Mann – e qui non capisco perché nella traduzione italiana La montagna non è incantata, ma diventa magica n.d.r.), la tradizione, l’amore e il sogno come desiderio e nello stesso istante sforzo onirico (Jiro mentre dorme incontra sempre l’italiano Gianni Caproni, progettista aeronautico degli anni ’30) sono racchiusi in un racconto dai contenuti alti ma paradossalmente incapace di volare, schiacciato da una narrazione metodica e lineare alla quale mancano gli elementi visionari propri dei lavori dello Studio Ghibli.

Si alza il vento è l’ultimo film di Miyazaki (lo ha dichiarato lui stesso non molto tempo fa) e il regista giapponese sembra preoccupato di mostrarci tutto ciò che non gli è riuscito di esporre fino ad oggi, come se fosse l’ultima occasione per esibire se stesso, ma il risultato finale è quello di un lavoro troppo pensato e didascalico, che pecca proprio nella potenza trascinante della fantasia e a risentire maggiormente della carenza di creatività sono i momenti onirici – ridotti a sterili dialoghi tra Caproni (personaggio che personalmente ho trovato insignificante) e Jiro – e le scene di volo, tutti elementi che avrebbero dovuto essere i passaggi trainanti di un film che, al contrario, procede stancamente verso un freddo epilogo, nonostante Miyazaki tenti, furbescamente, di dare allo spettatore la possibilità di un sussulto finale.

Qualcosa che funziona però c’è e lo ritroviamo in Castorp, un tedesco che il protagonista incontra nel suo peregrinare, unico personaggio nel quale riconosciamo i tratti e l’essenza delle opere più ispirate del sensei giapponese.

Notevole la realizzazione tecnica dello Studio Ghibli (sempre ai massimi livelli) che da sola però non basta a trasformare il sogno di Jiro nel nostro sogno… il vento non si alza e tornando all’incipit di questa recensione posso affermare che non ci sono stati emotivi che tengano, mi sono sbagliato… me lo perdonerete?

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