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SOAP OPERA, tanto fumo poco arrosto

RECENSIONE SOAP OPERA

Soap Opera” di Alessandro Genovesi è stato presentato alla stampa presente presso il nono Festival Internazionale del Film di Roma, raccogliendo numerosi pareri entusiastici.

Stando agli applausi in sala e, soprattutto, alle diverse dichiarazioni d’amore rivolte al regista durante la conferenza seguente, mi sembra di poter dichiarare con ragionevole certezza che il film sia stato etichettato come “coraggioso”, “brillante”, “nuovo”. Nelle righe che seguono proverò a raccontare ciò che ho visto e a spiegare perché trovi i tre aggettivi di cui sopra davvero poco calzanti.

REGIA: Alessandro Genovesi
CAST: Fabio De Luigi, Cristiana Capotondi, Ricky Memphis, Chiara Francini, Elisa Sednaoui, Ale E Franz, Caterina Guzzanti, Diego Abatantuono
FOTOGRAFIA: Federico Masiero
NAZIONALITÀ: ITA
ANNO: 2014
DURATA: 86 min
USCITA: 23 ottobre 2014

Iniziamo col dire che la volontà di creare un microcosmo poetico all’interno del quale la verità emerga timidamente tra una battuta e l’altra sarebbe di per sé valida, così come la decisione di ricorrere a un mash-up tanto estetico (Genovesi omaggia sfacciatamente “La finestra sul cortile”, rubacchiando ora all’immaginario visivo di Wes Anderson, ora all’allestimento semi-teatrale di “Dogville”), quanto contenutistico (potremmo definire il film come un noir + una black comedy, condita da diversi dialoghi presi in prestito al teatro dell’assurdo).

Il problema è che al regista/scrittore mancano da una parte la qualità necessaria per uno script così evocativo, dall’altra una personalità tale da permettergli di superare lo status di semplice “copia (brutta) di”: i richiami sono talmente evidenti e piatti che chiunque abbia visto più di 10 film in vita propria non farà alcuna fatica a indicare i punti di riferimento delle varie battute/ambientazioni.

La questione dell’originalità viaggia di pari passo con quella della novità. Ora “Soap Opera” evidentemente sogna di essere un’opera di rottura, ma, a conti fatti, presenta innegabili caratteri di stereotipo: da una parte una storia piuttosto standard, costruita, attorno a fraintendimenti amorosi e caratterizzata dall’inevitabile azzuffata finale; dall’altra la solita comicità trita e ritrita, concentratissima a spillare risate con uscite pecorecce e interventi a gamba tesa nel mondo dell’omosessualità.

È inoltre impossibile non notare quanto sia conservativa la scelta di affidare i ruoli principali a una sorta di nuovo gotha della risata all’italiana, con un Genovesi particolarmente attento a mettere i vari attori nella condizione di avvicinarsi il più possibile al proprio personaggio: Fabio De Luigi fa, ancora una volta, l’esaurito, mentre Diego Abatantuono veste i panni dell’esuberante ad ogni costo; Ale & Franz si parlano, ancora una volta, a suon di frecciatine, mentre Chiara Francini è perfetta per interpretare la toscana ingenuotta e provocante.

Terminate la visione e la conferenza stampa, resta fortissimo interrogativo: è davvero il caso di giudicare un film “geniale” soltanto perché “meno brutto di tanti altri”? La risposta è duplice: se stabiliamo di prendere come termine di paragone orrori vicini e lontani (dai cinepanettoni a diversi compagni di scuderia), “Soap Opera” è sicuramente un ottimo prodotto, oltre che un bellissimo segnale di vita da parte della cinematografia nostrana, sempre più incapace di recepire i fortissimi segnali che arrivano dal resto del mondo; se invece decidiamo di osservare l’opera in quanto tale e, soprattutto, di non considerare come pregevole la semplice assenza di aspetti penosi (immaginate come sarebbe ricevere vivissimi complimenti dagli sconosciuti perché non puzzate…), l’ultima fatica di Alessandro Genovesi presenta una lunga serie di aspetti su cui è il caso di soffermarsi un attimo prima di gridare al miracolo.

Bella la rivisitazione del cliché dell’amante sotto al letto

Personaggio venefico: Patrizia

Foto di: Loris T. Zambelli  – Photomovie

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