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STORIE PAZZESCHE, rende lirica la frustrazione

STORIE PAZZESCHE – RECENSIONE

Ci sono molti modi, dicono gli Afterhours in uno dei pezzi più lirici che il panorama musicale italiano abbia prodotto… Non lo conoscete? Beh rimediate subito! Nel caso vi trovaste, o vi doveste trovare (prima o poi capita a tutti), in un momento di profonda crisi sentimentale, questo brano è ciò che serve per risollevare il vostro ego tramortito. È salvifico.

REGIA: Damian Szifron
CAST: Ricardo Darin, Oscar Martinez, Leonardo Sbaraglia, Erica Rivas, Rita Cortese, Julieta Zylberberg, Dario Grandinetti
FOTOGRAFIA: Javier Julia
NAZIONALITÀ: ARG/SPA
ANNO: 2014
TITOLO ORIGINALE: Relatos Salvajes
DURATA: 122 min
USCITA: 11 dicembre 2014

Dicevamo: ci sono molti modi con cui noi esseri umani possiamo reagire ai tambureggianti momenti di frustrazione che una società come quella occidentale ci porta ad assaggiare costantemente. Con le sue Storie pazzesche, Damian Szifron sceglie di mostrarcene uno, e lo fa attraverso questo lavoro composto da sei episodi che corrono ai limiti del surreale, legati tra loro da una sola variabile: la violenza. Violenza di classe, fisica, psicologica, verbale, istituzionale, il film del regista argentino è una virulenta black comedy che possiede una coerenza stilistica e concettuale invidiabile.

Si parte con gli splendidi titoli di testa – accompagnati da una cannoneggiante colonna sonora – coi quali Szifron manda il suo messaggio: «siamo pur sempre animali». Tenete a mente quest’affermazione, verrà buona per il finale.

L’apertura è un geniale e divertente racconto di stampo freudiano a bordo di un aereo.

Si prosegue con una drammatica vendetta di classe perpetrata in un angusto ristorante.

Il terzo episodio è un racconto on the road nel quale l’umiliazione spinge due maschi, non a caso alla guida di un automobile – da sempre simbolo distorto di virilità -, in una battaglia senza esclusione di colpi.

Il successivo ci mostra l’impotenza di un individuo alle prese con la soffocante macchina burocratica.

Nel penultimo, un aristocratico dramma familiare, Szifron non assolve nessuno, nemmeno coloro che sente più vicini.

Ma è nella travolgente vicenda conclusiva – un doloroso quanto appassionante scontro matrimoniale – che il film disvela il secondo messaggio: «animali certo, ma ci sono molti modi» (Afterhours ricordate?), e probabilmente quello utilizzato dai Bonobo è il più salutare.

Storie pazzesche è un catartico tracciante, è il filo che una bambina userebbe per connettere le sei palline atte a comporre il braccialetto dei suoi sogni. Szifron invece ha usato la sua frustrazione – il regista ha rivelato di averli sceneggiati mentre lavorava ad altri progetti che non trovavano respiro – per comporre questo piccolo gioiello cinematografico. Come i personaggi del suo film ha perso il controllo di ciò che stava facendo, ed è stato piacevole, per lui e per noi.

Accattivante la fotografia di Javier Julia.

Storie pazzesche, prodotto da Pedro Almodovar, ha partecipato al Festival di Cannes 2014 e la sua anteprima italiana (prevista per il 9 dicembre) inaugurerà la XXIV edizione del Courmayer Noir in Festival.

Personaggio venefico: la sposa Romina, interpretata da una bravissima Érica Rivas

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