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THE IMITATION GAME, emozionante imitazione

THE IMITATION GAME – RECENSIONE

Se il termine convenzionale contenesse un’accezione positiva potremmo usarlo per definire il lavoro di Morten Tyldum (Headhunters). Sì, perché The Imitation Game – biopic sulla vita di Alan Turing, pioniere della moderna informatica che riuscì a decifrare il codice nazista Enigma – non è, appunto, un enigma, bensì un gioco all’imitazione, la copia carbone del film tradizionale per eccellenza, la pellicola che rispetta tutti i cliché del genere classico, una storia che racconta tutto ciò che vorresti ti venisse raccontato, una vicenda nella quale succede tutto ciò ti aspetteresti debba succedere.

Eppure The Imitation Game riesce nell’intento di veicolare ciò che pellicole più ambiziose non sono in grado di trasmettere: emozione.

REGIA: Morten Tyldum
CAST: Benedict Cumberbatch, Keith Knightley, Matthew Goode, Mark Stong, Rory Kinnear, Charles Dance, Allen Leech, Matthew Beard
FOTOGRAFIA: Oscar Faura
NAZIONALITÀ: USA
ANNO: 2014
DURATA: 114 min
USCITA: 1 gennaio 2015

Pensateci bene, cosa c’è di più convenzionale in tempi come questi – permeati da Steve Jobbismo e surrogati esotico dottrinali – di Keira Knightley che si rivolge a Benedict Cumberbatch con questa frase? «Sono le persone che nessuno immagina possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare». «Nulla!» direte voi. Ecco proprio nulla, ma stranamente, quando sarete in visione di The Imitation Game, questa domanda non ve la porrete, perché a quel punto le vicende di Alan Turing – vestite dalla straordinaria interpretazione di Cumberbatch – vi avranno già stretto dolcemente alla gola agevolando l’estremo saluto alla vostra parte razionale.

È proprio la performance del villain di Into Darkness – Star Trek – capace di infondere al personaggio del matematico e crittoanalista inglese una strabordante (ma soave!) umanità fatta di goffaggine, nevrosi e crolli emotivi – la linfa vitale di The Imitation Game, l’elemento portante di questa pellicola dal gusto Retrò costruita su una triplice narrazione che alterna in modo convincente le tre fasi più significative della vita di Alan Turing (adolescenza, decriptazione di Enigma, fase giudiziaria).

Certo il film manca di originalità e analisi socio-politico-culturale ma dopo questo lungo preambolo è quantomai superfluo chiedersi se Morten Tyldum avrebbe dovuto puntare il dito in modo più deciso contro la tragica fine (relegata esclusivamente ai titoli di coda) che al matematico fu riservata dal governo inglese, perché a suo modo il regista norvegese l’ha fatto. Ci ha costretto ad innamorarci di Turing/Cumberbatch e bruscamente ci ha sbattuto in faccia il drammatico epilogo della sua storia.

Alan Turing era un omosessuale e solo recentemente le autorità britanniche si sono scusate per le persecuzioni fisiche e psicologiche da lui ricevute. Questo per sottolineare come la moderna Europa, solo cinquant’anni orsono, non fosse poi così moderna e lasciandoci sottotraccia l’augurio che tra mezzo secolo l’umanità non avrà più bisogno di film come The Imitation Game a fungere da antidoto contro l’ignoranza e la discriminazione.

I dialoghi tra Turing e il suo ‘persecutore’ sono più sottili di come potrebbero apparire alla prima superficiale visione

Personaggio venefico: che ve lo dico a fare…

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