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TORNERANNO I PRATI a coprire le miserie degli uomini

TORNERANNO I PRATI – RECENSIONE

Torneranno i prati, a coprire le miserie e i cimiteri degli uomini. È questo il messaggio lanciato dall’ultima opera di Ermanno Olmi. Alla vigilia di Caporetto, tra le maestose montagne dell’altopiano di Asiago, la macchina da presa vive in una trincea scavata sottoterra. Durante una drammatica notte di luna piena, in questo luogo angusto, si dispiegheranno le vicende individuali dei protagonisti.

REGIA: Ermanno Olmi

CAST: Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria, Camillo Grassi, Niccolò Senni, Domenico Benetti
FOTOGRAFIA: Fabio Olmi

NAZIONALITÀ: ITA
ANNO: 2014

DURATA: 80 min

USCITA: 6 novembre 2014

Olmi non abbandona lo sguardo che ha contraddistinto la sua carriera. Le storie dei suoi personaggi sono storie semplici, ma dalla statura etica ben più elevata dei tragici eventi che li circondano, situazioni, queste, che conducono l’uomo a un isolamento nel quale non può far altro che aggrapparsi ai propri valori per contrastare l’oscurità dilagante.

L’inverno di Olmi è un inverno ‘morale’, la trincea coperta di neve è la culla, il grembo in cui i soldati si nascondono dalle minacce, circondati solamente dai loro oggetti quotidiani: gamelle per il cibo, sigarette, pane, calzini, coperte. Minacce che lasciano indifferente la natura invincibile, ma che segnano il destino degli uomini.

È qui che si disvela il profondo messaggio pacifista del film: il pericolo viene sì dal campo “nemico”, ma anche da quello “amico”. Sono infatti gli ordini assurdi e crudeli del comando italiano, l’incapacità degli alti ufficiali di comprendere quella terra che si voleva conquistare, la violenza insita nello strappare le persone ai propri affetti e ai propri ideali di gioventù, a provocare morte, come e quanto le armi austriache.

La visione di Torneranno i prati è lontana dai due capolavori della cinematografia italiana sulla prima guerra mondiale, La grande guerra e Uomini contro. Rispetto a quest’ultimo manca la forte carica politica che consisteva nell’appello alla ribellione e a “sparare ad alzo zero contro il quartier generale” colpevole dell’inutile strage di soldati fratelli – come diceva il tenente Ottolenghi (Gian Maria Volonté). Il film di Monicelli, invece, desacralizzava gli ideali patriottici e la figura del soldato attraverso la maturazione dell’umanissima coppia Sordi-Gassman, schiaffeggiando così le narrazioni ufficiali sulla vita militare.

I soldati di Olmi sono silenziosi, cupi, rassegnati. Hanno smesso di credere nella guerra, le resistono in maniera quasi passiva, assumono le sembianze di martiri in attesa dell’inevitabile sacrificio – il parallelismo con la vicenda di Cristo è palese –  e qui, i continui ricorsi del regista al fermo immagine e a inquadrature collettive (con un solo soggetto in movimento) non aiutano, favorendo una visione pittorica che annacqua le interpretazioni degli attori. Ed è proprio l’impossibilità di identificarsi con i protagonisti – nonostante la semplicità quasi intimista dei dialoghi – il limite più grande di Torneranno i parti.

Fantastica la fotografia di Fabio Olmi, figlio del regista.

Il dialetto veneto, vera lingua dei contadini-soldati, ha reso necessario l’uso dei sottottitoli.

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