Timothy Spall Turner

TURNER, quando il cinema diviene arte pittorica

TURNER – RECENSIONE

Joseph Mallord William Turner, dichiariamo la verità… quanti tra voi lo conoscono? E allora, perché è importante Turner? o meglio, perché vale la pena andare a vedere l’ultimo film di Mike Leigh (Segreti e Bugie 1996 – Il Segreto di Vera Drake 2004 – Another Year 2010)?

REGIA: Mike Leigh
CAST: Timothy Spall, Tom Wlaschiha, Roger Ashton-Griffiths, Lesley Manville, Lee Ingleby, James Fleet
FOTOGRAFIA: Dick Pope
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
ANNO: 2014
MUSICHE: Gary Yershon
DURATA: 150’ min

‘Una veduta di Roma dall’Aventino’ dipinto nel 1835 è uno dei capolavori di William Turner, venduto il 3 Dicembre scorso all’asta di Sotheby’s a Londra per la modica cifra di 38,6 milioni di euro. Dunque, per chi non conoscesse questo artista, ammirare il biopic del cineasta britannico diviene quasi una necessità, non tanto per il valore economico dell’opera, bensì per l’emozione trascendente che questa ci provoca. Turner racconta gli ultimi venticinque anni di vita del paesaggista anglosassone, quando l’artista era già in possesso di tutta la sua potenza artistica e del suo essere, oltre il limite, stravagante. In collaborazione con il suo attore feticcio, Timothy Spall –  che per l’occasione ricorda il Rembrandt di Charles Laughton -, il regista inglese riesce a ottenere una tonalità perfetta nel tratteggiare la personalità del pittore: lo mostra in un mix di arguzia e grossolanità, lo fa arrancare con il suo corpo semi deforme attraverso la corte reale e per i campi olandesi. Il suo grugnito animalesco, le sue ossessioni e le sue manie, diventano spunto per approfondire l’animo di Turner.

Aldilà della magistrale interpretazione del protagonista, che nulla ha da invidiare al Lincoln di Daniel Day Lewis, la magia del film è senza dubbio data da due fattori: il primo è indiscutibilmente la fotografia di Dick Pope (L’illusionista). Dotando l’immagine digitale di una struttura plastica, Pope riesce a riprodurre le tele attraverso un delicato equilibrio di metalinguaggio pittorico, lasciando lo spettatore estasiato dinnanzi a cotanta bellezza; il secondo è il ritmo lento: avvalendosi di ciò Mike Leigh ci chiede di ammirare il suo capolavoro esattamente come se fosse un dipinto. Perché le opere d’arte vanno osservate con calma e dedizione. Se non si ha la capacità di entrare in questa chiave di lettura, apertamente sensoriale, la visione di Turner risulterà, inevitabilmente, zoppa e noiosa.

A noi non resta che consigliare il film di Mike Leigh perché con il suo lavoro è riuscito nell’impresa di esaltare l’arte dentro l’arte.

Curiosità: la scelta dei brani musicali, antimelodici e dissonanti, si oppone alla tradizione sinfonica e romantica dell’ottocento ed è perfettamente coerente con il personaggio, perché Turner fece lo stesso con la sua pittura!

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